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Consumo Energetico e BITCOIN: dove sta la verità?

Il consumo energetico di Bitcoin è un tema ampiamente dibattuto in un periodo storico in cui ci si appresta ad affrontare la grande transizione verso le rinnovabili. Sulla stampa tradizionale i paragoni tra il fabbisogno energetico del mining – il processo con cui, attraverso l’utilizzo di grandi quantità di energia elettrica, vengono creati nuovi bitcoin – e quello di interi Stati sono frequenti, ma dove sta la verità?

Bitcoin attualmente consuma 127,87 terawattora all’anno, un valore in effetti in linea con quello di molti paesi, ma nettamente inferiore a quello del sistema bancario globale (250 terawattora all’anno) e all’estrazione dell’oro. Inoltre l’energia elettrica globale dissipata annualmente durante il suo trasporto ammonta a 2205 terawattora.

L’energia, dunque, c’è. Il 39% di quella utilizzata dal mining, poi, l’anno scorso proveniva da fonti rinnovabili, dunque non inquinanti, e il dato di quest’anno è in netto miglioramento dopo che la Cina, Paese che fa largo utilizzo del carbone, ha vietato l’attività.

Il concetto più significativo però è che il consumo energetico è forse la qualità più importante di Bitcoin, non la sua debolezza. La struttura intrinseca della criptovaluta prevede, di fatto, che solo attraverso l’uso di energia possano essere creati nuovi bitcoin, di modo che l’immissione di nuova moneta nel mercato non sia semplice e priva di costi. Di fatto Bitcoin è energia digitale, è elettricità trasformata in valore spendibile. Questo è uno dei motivi per cui la criptovaluta si pone in netta contrapposizione con la moneta tradizionale (come l’euro o il dollaro) che invece è gestita unicamente da una banca centrale e può essere facilmente stampata e inflazionata: non ha dunque alcun valore intrinseco se non la garanzia dell’istituzione che la emette, di cui è obbligatorio fidarsi.

Per ulteriori approfondimenti, consulta la newsletter Bitcoin Train.
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