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Autonomi e Partite Iva

Lo stress e povertà, il disagio sociale dei lavoratori Autonomi e Partita Iva

L’IMPORTANZA DI ESSERE UNITI E SCENDERE IN PIAZZA IL 26 APRILE 2020

Nell’immaginario collettivo, il lavoratore Autonomo e a Partita Iva rappresentano la libertà di scelta, di movimento, di organizzazione del lavoro per la possibilità di allestire il proprio ufficio anche in casa propria, di gestire autonomamente il proprio tempo e di evitare colleghi.

Tuttavia ci si sofferma molto poco sul fatto che, se da un lato, essere “ il capo di se stessi” può dare tante soddisfazioni, al contempo può far incappare il lavoratore nella paura, nella solitudine e in una dose ingestibile di stress.

Gli Autonomi e le Partite Iva, infatti, lavorano senza orari, non hanno ferie, né malattie pagate, nessuna tutela, nessun contratto; ogni giorno fanno i conti con la concorrenza spietata e con i clienti che non pagano.

 E questo è solo per rimanere nel perimetro dello svolgimento della propria professione; in quanto, poi, ci sono i conti da fare, il commercialista da consultare, le tasse da pagare.

I lavoratori Autonomi e le Partite Iva sono mal rappresentate, vessate, tassate e tartassate, con pochi diritti e molti doveri soprattutto fiscali; sono  “i donatori di imposta”;  “l’àncora di salvezza dell’Inps” o come abbiamo più volte evidenziato  il “bancomat dell’esecutivo”.

Le partite Iva non solo si sentono l’ultima ruota del carro nelle attenzioni dei vari Governi ma vivono in uno stato di ansia costante, legata alle grandi insicurezze del futuro professionale e alle difficoltà finanziarie della libera professione.

Questi elementi si riversano sulla salute mentale dei lavoratori sotto forma di disturbi del sonno, sintomi della depressione e il cosiddetto “presenteeism”, un termine che viene tradotto con “l’essere presenti sul luogo di lavoro [anche in senso lato] oltre l’orario richiesto, soprattutto come manifestazione di insicurezza sul proprio futuro lavorativo”.

Le Partite Iva sono costrette dal Sistema politico -economico  a valutare, gioco forza , il tempo in termini di denaro e le ore non dedicate al lavoro vengono, pertanto, percepite con un forte senso di colpa, in quanto il “ tempo libero”  è solo una voce di “costo” che finisce per abbassare il reddito disponibile aggravando la propria soglia di rischio di povertà!

Quando il valore economico dato al tempo diventa un fattore saliente nella vita di una persona, questo mina l’essenza stessa della vita.

Si dovrebbe lavorare per vivere dignitosamente e non vivere per lavorare.

Il lavoratore Autonomo e a Partita Iva non riesce mai a staccare dal proprio lavoro, non ha hobby, non ha amici,  è sempre sotto pressione, sia per il senso di responsabilità che nutre per la propria famiglia ( cui sente di dover assicurare un’esistenza dignitosa e libera), sia per quello che nutre nei confronti del cliente e difficilmente si lascia andare a chiacchiere positive e che escludono i problemi del lavoro.

Il nostro lavoro è caratterizzato dalla costante reperibilità, siamo schiavi del cliente, leggiamo le mail sul telefonino e quando non rispondiamo immediatamente il cliente ci fa pressione, per un parere veloce,  scrivendo sull’App e noi, consapevoli di non poterci permettere di perdere il cliente, riscontriamo come se fosse la cosa più normale, entrando così in un circolo vizioso…..da cui non riusciamo ad uscire;

Siamo chiusi in una GABBIA,  per colpa del sistema!

Le cose non cambiano, per quanti di noi collaborano “dall’interno” con le aziende.

E’ Sì…..!

PROPRIO COSì!

Mi direte che, il concetto di collaborazione interna mal si sposa con la qualità di lavoratore autonomo; tuttavia è proprio questo il peggior fenomeno lavorativo che sta dilagando in questo periodo.

Per un giovane, in particolar modo, l’apertura della partita Iva spesso è vissuta come un espediente che un committente gli impone per evitare di assumerlo come dipendente!

Di qui il paradosso, a fronte di un’entrata certa e fissa che consenta di sopportare le spese primarie si lavora come un dipendente ma senza tutte le garanzie della contrattazione collettiva; sempre nella consapevolezza di dover dimostrare di essere all’altezza, per paura di essere cacciati.

E’ opportuno evidenziare come, quando un autonomo chiude una “ collaborazione” non dispone di alcuna misura di sostegno al reddito.

Perso il lavoro, ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione e spesso non è affatto facile;  l’età non più giovanissima per inserirsi nel mercato con un proprio “pacchetto clienti” e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso forme di lavoro completamente in nero.

Bisogna, però, fare attenzione a non saltare a conclusioni errate; sarebbe troppo semplicistico dare la colpa di questo stato di cose alle aziende che, anzicché assumere un dipendente optino per un consulente che svolga lo stesso lavoro, assumendosene, oltretutto, di fatto tutto il rischio.

La vera piaga da risolvere è l’alto costo del lavoro!

Lo Stato ci ha costretti a una guerra tra poveri.

Piccoli imprenditori, artigiani, i commercianti, i liberi professionisti e via dicendo, non solo SONO I NUOVI POVERI,  ma soffrono TUTTI  le conseguenze gravi di un forte disagio piscologico e fisico.

Le costanti preoccupazioni finanziarie, organizzative o gestionali, ipertensione, ritmi e carichi di lavoro eccessivi o sballati, frustrazione e perdita di autostima sono tra le cause/sintomi più ricorrenti.

Una vita caratterizzata da ansia generalizzata, legata a pensieri ossessivi e ricorrenti e a preoccupazioni costanti, da scatti d’ira, da insonnia e crisi di panico, non è VITA!

Accettare il proprio stato non risolve le cose; occorre costringere chi ci governa a prendersi cura dei nostri bisogni.

Chi ci governa ci vuole divisi, dimostriamo – invece- di essere uniti e facciamo sentire la nostra voce il 26 Aprile a Milano, chi tace è complice!

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