SPLENDORI E MISERIE DI UN PRESIDENTE
Piaccia o meno, comunque, Ronald Reagan segnò un’epoca, tanto che si parla ancora oggi di reaganismo per designare quegli anni Ottanta pregni di un edonismo e di un individualismo che noi europei, dall’alto della nostra cultura millenaria, tendiamo a disprezzare, anche se poi alla fine li abbiamo fatti nostri. L’Unione Sovietica, comunque, andò a liquefarsi sotto i colpi congiunti del suo operato e di quello di Wojtyła. Ma quello era un destino annunciato, un decorso naturale della Storia.
È certo che nel suo operare, come nel suo pensare, la sua politica risulta un’esagerazione del pensiero liberale e liberista, specialmente se viene visto da una tradizione cattolica e mediterranea come la nostra dove la solidarietà non può essere messa in discussione, come anche lo Stato sociale, che però in gran parte dell’Europa meridionale ha finito per mostrare falle e sprechi senza senso e senza fine. Tuttavia, analizzando i dati, il liberismo di Reagan fu più un mito idealizzato che non una verità storica da sbandierare ai quattro venti. Per seguire Pietro Freda, chiudendo:
“In quell’occasione, il neoeletto presidente affermò che “nella presente crisi economica, il governo è il problema, non la soluzione.” Al tempo si pensò che la frase, poi entrata nella storia, preludesse a un ridimensionamento della burocrazia e della spesa pubblica, ma negli anni di Reagan la prima passò da 2,8 a 3 milioni di impiegati, mentre la seconda aumentò del 2,5% l’anno (soprattutto in virtù delle crescenti spese militari), facendo schizzare il debito pubblico da 700 miliardi a 3 mila miliardi di dollari.”