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Le para imposte

Negli articoli precedenti ho messo in risalto alcune storture esistenti nei processi di determinazione delle imposte sui redditi, come ad esempio, la notevole maggior tassazione che, a parità di reddito, colpisce le famiglie monoreddito rispetto alle famiglie nelle quali entrambi i coniugi hanno un’entrata, oppure la disparità di tassazione che grava sui redditi di lavoro rispetto ai guadagni provenienti da rendita, colpite molto spesso da piatte imposte sostitutive aventi un’aliquota abbondantemente inferiore a quella marginale.

Ma vi sono ulteriori realtà “nascoste” che ne fanno aumentare la tassazione reale al di la dell’aliquota marginale prevista.

In primis il drenaggio fiscale. E’ infatti dal 2007, quindi da tredici anni, che le aliquote progressive Irpef non vengono modificate. Ciò significa che paghiamo anche una super tassa sull’inflazione. Al fine di mantenere il proprio livello di capacità di spesa, in presenza di inflazione, ossia di un costante aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, è necessario che le entrate aumentino almeno nella stessa proporzione dell’incremento dei costi. Ciò significa che l’aumento proporzionale delle entrate non rappresentano un incremento di ricchezza, ma il semplice mantenimento della capacità di spesa. Mantenendo fisso il bersaglio su cui le aliquote vanno a colpire si ottiene che l’incremento delle entrate, volto a salvaguardare il reddito dall’inflazione, viene tassato da aliquota più alta, rendendo vano lo sforzo per produrre le entrate di salvaguardia.

Vi sono inoltre tutta una serie di sgravi o bonus che si riducono con l’incremento del reddito, fino ad annullarsi. Di fatto queste penalizzazioni rappresentano un aumento delle imposte, bel oltre a quanto l’aliquota marginale vorrebbe rappresentare.

Ad esempio è rimasto fermo dal 2007 il limite di reddito annuo che non deve essere prodotto dal familiare per poter essere a carico. Solo a partire dal 2019 è stata apportata una modesta correzione per i figli di età inferiore a 24 anni.

Così le detrazioni per carichi di famiglia si assottigliano con il crescere del reddito, come le spese forfettarie riconosciute per la formazione del reddito diminuiscono fino ad essere annullate al conseguimento di un reddito pari a 27.000 Euro. In realtà ci sarebbe da aspettarsi che a fronte di un maggior reddito le spese riconosciute per produrlo fossero maggiori.

Stessa cosa per il bonus Renzi che si estingue al conseguimento di un reddito par ad euro 28.000.

Limiti sono previsti anche per il riconoscimento per la detrazione dei canoni di locazione che cessa al conseguimento di un determinato livello di reddito.

Ma si potrebbero fare diversi altri esempi.

La fissazione degli scaglioni e dei livelli mobili di detrazione, oltre che ad esigenze di gettito sono condizionate anche da scelte politiche. Quindi le  aliquote fissate dalla legge sono nella realtà molto diverse tra loro di fronte a diverse tipologie di contribuenti.

E’ necessario quindi che una prossima auspicata riforma dell’Irpef tenga conto di queste distorsioni correggendole al fine di produrre una reale parità di condizioni nel trattamento del contribuente in base alla propria capacità contributiva.

E’ noto che la Costituzione italiana prevede, all’articolo 53, che il sistema tributario è informato a criteri di progressività.  L’imposta che più di ogni altra è calibrata sulla progressività è l’Irpef, con le sue aliquote crescenti che vanno a colpire i redditi prodotti ogni anno dalle persone fisiche.

Ma, a ben vedere, nella realtà sono molte le tipologie di reddito che sfuggono alle aliquote progressive, venendo assoggettati a semplici imposte proporzionali o piatte.

A decorrere dalla riforma tributaria entrata in vigore nel 1973, sono stati molti gli interventi legislativi volti, spesso sotto la spinta di gruppi di pressione o per mera semplificazione, ad aggiungere nuove aliquote che si discostassero dalla tassazione progressiva. Pertanto è venuto meno lo spirito iniziale della riforma tributaria volto ad applicare la tassazione progressiva alla somma annuale di tutti i redditi prodotti dal contribuente.

In realtà, oltre che alla presenza di redditi che beneficiano di aliquote agevolate, esiste tutta una gamma di redditi che sono del tutto esentati come i redditi fondiari dei terreni, le plusvalenze immobiliari per fabbricati posseduti da più di cinque anni per i quali non è comprensibile la loro esistenza. Sarebbe semmai giustificabile la non tassabilità per coloro che vendono l’abitazione principale per acquistarne un’altra.

Esiste poi tutta una serie di “cedolari secche” che graziano certi redditi dalla progressività.

Tra questi possiamo citare i capital gains, cioè i guadagni sulla compravendita di quote societarie o di investimento da parte delle persone fisiche, la cui tassazione è fissata oggi al 26%. Ma addirittura c’è la possibilità di ridurla all’11% al verificarsi di particolari condizioni,  la tassazione al 15% o 5% al verificarsi di particolari condizioni su redditi di lavoro autonomo piccola impresa, ma contenuti a bassi livelli di ricavi; premi di produttività tassati al 10%; canoni di locazione di immobili di civile abitazione assoggettati al 21% o, addirittura 10% al verificarsi di ben definite situazioni; le plusvalenze immobiliari esenti dopo i primi cinque anni di possesso, ma se gli immobili vengono venduti prima del trascorrere del quinquennio scontano una cedolare secca del 20%; i redditi degli insegnanti per le lezioni private assoggettati alla cedolare secca del 15%, i redditi degli sportivi non professionisti, in gran parte esenti o assoggettati ad aliquota minima del 23% fino a poco più di 28.000 euro. Senza tener conto della tassazione del solo 7% in capo ai pensionati esteri che si trasferiscono in Italia ed all’imposta forfettaria da 100.000 euro per i ricchi stranieri che trasferiscono la residenza fiscale in Italia. Gli interessi sui titoli di Stato sono tassati al 12,5%.

E’ evidente che tutte queste sfaccettature generano disuguaglianza tra i contribuenti. Per cui taluni redditi vengono assoggettati ad aliquote piatte ed altri alla progressività. Si verificano situazioni nelle quali a parità di reddito, tenuto conto anche dell’obbligo contributivo, certi redditi vengono tassati per oltre la metà ed altri solo al 10 o 20%.

In generale è favorita la rendita ed è penalizzato il lavoro, sia dipendente che d’impresa e lavoro autonomo.

In futuro il legislatore dovrà trovare una soluzione per rimuovere queste disparità che non favoriscono certo l’investimento imprenditoriale e penalizzano la parte produttiva del Paese.

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