Dopo un anno di pandemia che ha costretto molte piccole imprese alla obbligata chiusura o a subire pesanti restrizioni all’attività che ne hanno minato la possibilità di produrre ricavi in misura sufficiente a coprire i costi, queste si trovano a dover fare i conti con i debiti che nel frattempo si sono inevitabilmente accumulati. E’ ormai dato per assodato che gli aiuti di Stato non sono stati sufficienti ad incidere, neanche minimamente, ad una sostanziale riduzione dei debiti che si sono venuti ad accumulare.
Già prima della pandemia, a causa anche dell’immobilismo dell’economia italiana che da innumerevoli anni non dava segni di crescita soddisfacente, molte piccole e medie imprese si trovavano in una condizione di sovraindebitamento, in una situazione cioè che fa presumere in molti casi l’impossibilità da parte degli imprenditori di far fronte per intero a quanto dovuto ai propri creditori. C’è pertanto da prevedere che molte realtà dovranno pensare alla chiusura dell’attività, con conseguenti riflessi anche sul campo dei lavoratori dipendenti del settore privato che si troveranno inevitabilmente senza lavoro.
Molti di questi debiti sono contratti verso lo Stato, enti pubblici e previdenziali.
Al fine di evitare che si venga, dopo la pandemia, a creare una situazione irreversibile, portatrice di povertà diffusa e sottosviluppo economico, è necessario che lo Stato si impegni a circoscrivere il problema attraverso la cancellazione dei propri crediti ormai considerati per varie ragioni inesigibili, a garantire presso le banche, oggi molto restie a finanziare le PMI, sostanziali aperture di credito che consentano di realizzare investimenti ed attraverso la riduzione del peso tributario, anche sotto forma di riduzione degli adempimenti obbligatori, spesso di scarsa utilità, ma che creano un costo operativo in capo agli autonomi e partite iva.