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Autonomi e
Partite Iva

PARADISI FISCALI D’EUROPA

Il disallineamento tributario in seno all’Europa sta sempre più generando fuga di capitali e fuga di imprese da alcuni stati europei verso altri stati, sempre europei. Non è quindi necessario approdare verso mete esotiche. Mentre le piccole imprese italiane sono sempre più tartassate in termini di nuovi adempimenti e prestiti forzosi da parte dello Stato Italiano (vedi split payment e reverse charge iva, notevoli limiti alle compensazioni tra imposte),  le grosse imprese e multinazionali possono permettersi di trasferire legalmente le proprie sedi verso stati con fiscalità conveniente ove confluiranno i propri utili che subiranno una decurtazione fiscale meno traumatica.

E’ difficile infatti per un autonomo e partita iva  di piccole dimensioni poter approdare con la propria sede e le proprie strutture verso stati a tassazione più conveniente in quanto, una delle caratteristiche che generalmente distinguono le piccole strutture, è quella del radicamento territoriale.

Purtroppo l’armonizzazione fiscale europea è ancora lontana dal concretizzarsi e, stati con un forte indebitamento, bassa produttività e forte disoccupazione non possono permettersi di competere con realtà più dinamiche e con propensione volta ad accogliere, con la lusinga di notevoli vantaggi, i capitali stranieri.

In questi giorni si è parlato molto di quanto nazioni perfettamente europee come Irlanda, Lussemburgo ed Olanda, facendo una concorrenza con basse aliquote fiscali, sottraggano in termini di tassazione agli altri paesi europei. Questi stati peraltro si sono distinti nell’opporsi nell’agevolare aiuti a stati comunitari in difficoltà.

Studi elaborati per la Commissione Europea, che senza mezzi termini ha definito questa prassi come mostrante tratti da paradisi fiscali, stimano che l’Italia perda ogni anno il 19% delle proprie entrate tributarie derivanti dalle imprese, ossia 7,5 miliardi l’anno.

Al momento non è possibile per lo Stato Italiano reagire cercando di difendersi, in quanto essendo nazioni europee possono rivendicare che il loro atteggiamento è coperto da trattati internazionali.

Diverso sarebbe se si trattasse di paesi al di fuori della comunità europea poiché sarebbe possibile contrapporre misure più stringenti in termini di tassazione e benefici verso imprese domestiche che operano con paesi aventi sede presso paradisi fiscali.

E’ pertanto necessario auspicio che paesi come l’Italia, Francia e Spagna assumano un atteggiamento rigido nel pretendere che l’armonizzazione tributaria europea prenda corpo al più presto, liberando così risorse utili per ridurre la tassazione e gli impegni da parte delle piccole realtà economiche del proprio paese.

Il disallineamento tributario in seno all’Europa sta sempre più generando fuga di capitali ed imprese da alcuni stati europei verso altri stati, sempre europei. Non è quindi necessario approdare verso mete esotiche. Mentre le piccole imprese italiane sono sempre più tartassate in termini di nuovi adempimenti e prestiti forzosi da parte dello Stato Italiano, le grosse imprese e multinazionali possono permettersi di trasferire legalmente le proprie sedi verso stati con fiscalità conveniente. Università americane hanno stimato che per effetto di tali scelte lo Stato Italiano perda ogni anno circa tre miliardi di euro.

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