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L’ingiusta tassazione delle famiglie monoreddito

Con sentenza n. 179 del 1976 la Corte Costituzionale decretò che il cumulo dei redditi tra marito e moglie
era incostituzionale. La riforma del 1973 aveva previsto che nell’ambito familiare il marito dovesse
dichiarare, cumulandoli ai propri, anche i redditi della moglie, facendo così aumentare la progressività e le
imposte in capo alla famiglia. Il marito era l’unico soggetto passivo d’imposta familiare e la dichiarazione
dei redditi familiari era unica e la moglie era obbligata a fornire al marito gli elementi, i dati e le notizie a
questi occorrenti per la redazione della dichiarazione.
Ma, in seguito a ricorsi e rinvii da parte delle commissioni tributarie, in particolare quella di Milano, la
Corte, presieduta da Paolo Rossi, stabilì che ogni contribuente familiare fosse soggetto passivo d’imposta e
che fosse individualmente tassato in base al proprio reddito prodotto.
Da allora nulla però si è fatto per correggere gli effetti distorsivi che gravano sulle famiglie nelle quali il
reddito sia prodotto da uno solo dei due coniugi, le cosiddette famiglie monoreddito.
Infatti tali famiglie sono nettamente svantaggiate rispetto a famiglie nelle quali entrambi i coniugi lavorano
e, pur avendo gli stessi redditi, pagano più tasse.
Facciamo il seguente esempio riguardante due famiglie con un reddito di lavoro dipendente a tempo
indeterminato pari a 48.000 euro ed un figlio a carico. La prima famiglia è monoreddito per cui è solo uno
dei due coniugi a conseguire il reddito ed a dichiararlo per intero. Nella seconda famiglia, nella quale
entrambi i coniugi lavorano in qualità di dipendenti a tempo indeterminato tutti e due guadagnano 24.000,
portando a loro volta il reddito famigliare a 48.000 euro.
Ebbene, la tassazione irpef a carico del lavoratore monoreddito è pari ad euro 13.285, mentre quella a
carico della famiglia bireddito è pari ad Euro 8.736. Se si considera inoltre che entrambi i coniugi della
seconda famiglia beneficiano del bonus Renzi di 960 euro ciascuno (per un totale di 1.920 euro), bonus che
non compete alla prima famiglia, in quanto l’unico reddito da solo supera i parametri del beneficio,
scopriamo che la differenza di tassazione per lo stesso importo di reddito è pari a 6.469 Euro!
In alcuni paesi esteri come Belgio e Francia si è cercato di sopperire a questa discriminazione attraverso
meccanismi di frazionamento finalizzati a determinare un quoziente familiare che attenui il dislivello
esistente in Italia.
Per ora in Italia l’unico elemento correttivo è quello del “familiare a carico” che tuttavia riconosce importi
molto modesti.
Anzi, norme antielusive, non si sa quanto costituzionali alla luce della sentenza 179 del 1976, hanno posto
delle barriere sulla possibilità di poter dedurre il costo del lavoro da parte del proprio coniuge nell’impresa
o nell’attività di lavoro autonomo. Per esempio, un avvocato non può dedurre dai propri ricavi il costo del
lavoro della moglie che gli fa da segretaria.
Tali criticità sorgono per effetto della progressività delle aliquote.
Proposte di correzione ne sono state formulate da diverse parti, ma per ora nulla si è fatto, pur nella
consapevolezza della discriminazione esistente, per salvaguardare il gettito tributario.
Le principali proposte tendono a sostenere un più vigoroso riconoscimento delle detrazioni per riconoscere
il ruolo del coniuge che sviluppa il proprio lavoro all’interno della famiglia.
Del resto la stessa Corte Costituzionale, nella sentenza del 1976, auspicava che potesse esser data ai due
coniugi la possibilità di scegliere un sistema di tassazione che agevolasse la formazione e lo sviluppo della
famiglia e desse risalto alla posizione della donna casalinga riconoscendole lo status di lavoratrice.
Detto auspicio della Corte da allora non è mai stato attuato.

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