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Autonomi e Partite Iva

Autonomi e Partite Iva – Ristatalizziamo le Casse di Previdenza privatizzate per garantire le pensioni

In nome dell’autonomia concessa con la privatizzazione del 1994, le casse professionali sono state trasformate in veri e propri centri di potere, sia per la dimensione dei patrimoni amministrati, sia per lo stile degli amministratori che esercitano il controllo delle categorie ben oltre la sfera previdenziale, con ampi risvolti sul piano professionale dei singoli iscritti contribuenti. 

Il protrarsi oltre misura di questa situazione malsana sta mettendo in difficoltà migliaia di professionisti già duramente provati dalla liberalizzazione delle tariffe del 2006 che dimezzò in tronco il reddito dei professionisti, a cui da li a poco si aggiunse la crisi economica del 2008  che portò il Paese prima in recessione e poi nella stagnazione riducendo notevolmente le opportunità di lavoro. L’incremento vertiginoso della contribuzione avviato nel 2012 che avrebbe dovuto garantire la sostenibilità cinquantennale degli enti diede un ulteriore un duro colpo alle categorie professionali, in ultimo luogo l’emergenza sanitaria COVID19 ha aggravato il quadro generale già ampiamente in affanno, facendo emergere la totale incapacità degli enti ad erogare prestazioni assistenziali degne di nota in un situazione molto difficile per contribuenti e rispettive famiglie.

Le politiche amministrative fine a se stesse, attuate dalle casse, stanno ledendo e calpestando in modo sempre più inaccettabile i diritti dei liberi professionisti, in beffa ai più elementari principi costituzionali, liberali e democratici che invece dovrebbero caratterizzare l’Italia e le sue istituzioni a tutela di tutti i cittadini.

Le maggiori criticità individuate nel sistema casse professionali riguarderebbero:

1.         Immotivato ed ingiustificato assoggettamento alla doppia contribuzione di alcune categorie professionali, come nel caso  dei rappresentanti di commercio iscritti obbligatoriamente ed inspiegabilmente sia ad ENASARCO (già vittime della scandalosa gestione dei silenti, rappresentati scandalosamente nei CdA da sindacalisti impreparati) che contemporaneamente all’INPS. Come accade anche nel caso dei farmacisti iscritti obbligatoriamente all’ENPAF e medici iscritti all’ENPAM seppur inquadrati come lavoratori dipendenti iscritti all’INPS. 

2.         La pretesa di contributi minimi obbligatori sempre più insostenibili a prescindere dalla situazione economica congiunturale del Paese, esclusivamente necessari agli enti per coprire le esigenze di bilancio gravate dal pregresso regime retributivo ereditato che in alcuni casi viene ancora protratto per favorire selettivamente delle fasce generazionali ben definite che occupano o hanno occupato i posti di rilievo nelle amministrazioni di categoria. Contributi minimi iniqui non correlati all’effettivo reddito prodotto dal singolo professionista ne tanto meno alla media reddituale di categoria, specialmente al Sud che a causa di una economia più debole ne subisce maggiormente il peso, favorendo la cancellazione dagli ordini.

3.         Il riconoscimento esclusivamente oneroso del periodo di tirocinio svolto dal contribuente, eguagliando di fatto il tirocinante al lavoratore in nero senza alcuna copertura previdenziale ed assicurativa nonostante abbia operato anche in assenza di reddito e sia stato esposto a rischi sulla salute di natura professionale. Facendo notare che in qualsiasi rapporto di lavoro sia esso pubblico che privato, tale periodo viene inquadrato e garantito da specifici contratti di formazione che prevedono tutte le coperture di legge a tutela dei lavoratori.

4.         Il proliferare di iniziative imprenditoriali e finanziarie spregiudicate che hanno trasformato gli enti in vere e proprie holding finanziarie con una alta propensione al rischio speculativo, con denaro frutto della contribuzione, con la speranza e pretesa che gli investimenti effettuati possano generare plusvalenze per fare fronte alla sempre più incerta gestione previdenziale corrente, facendo rilevare che molto spesso tali investimenti producono rendimenti irrisori inferiori ai comuni e tradizionali titoli di stato nazionali privi di rischio.

5.         In alcune casse, la gestione dei patrimoni mobiliari è stata affidata a delle SGR tramite affidamento diretto senza alcuna gara o obbiettivo da garantire, in virtù di piccole partecipazioni di minoranza per aggirare il codice degli appalti, molto spesso aventi sede in Lussemburgo, lontano da occhi indiscreti eludendo anche la tassazione italiana, dove il 90% del portafoglio è investito in società estere e molto spesso con rilevanti quote in titoli spazzatura, malgrado l’Italia abbia un grande bisogno di mantenere liquidità ed attrarre investimenti, contribuendo di fatto alla depauperazione dell’economia reale del Paese. È stato riscontrato più volte che tali iniziative speculative subiscono una minimizzazione nei guadagni ed una amplificazione delle perdite rispetto agli indici di riferimento dei relativi mercati finanziari a cui fanno capo.  

6.         La gestione dei patrimoni immobiliari è stata affidata in gran parte a delle SGR tramite affidamento diretto senza alcuna gara o obbiettivo da garantire, in virtù di piccole partecipazioni di minoranza per aggirare il codice degli appalti, dove sono stati conferiti la maggioranza degli immobili senza la dovuta trasparenza estimativa nei confronti dei contribuenti, immobili acquistati con denaro dei contribuenti che vengono alienati per fornire liquidità al sistema casse sempre più in affanno ma che si guarda bene dal razionalizzare i processi ed economizzare la spesa.

7.         I costi ingiustificati ed eccessivi degli organi sociali, fanno rilevare che attraverso una pluralità di cariche detenute simultanee dagli amministratori, (essendo molti di essi presidenti di ordini, amministratori cassa, amministratori delle soc. partecipate, amministratori delle fondazioni), i cui presidenti agiscono con mandati illimitati, contrariamente a quanto sancito dalla corte costituzionale sulla cristallizzazione delle cariche, cumulando emolumenti che superano in più casi anche 500 mila euro annui, ben superiori ai manager delle aziende pubbliche ma anche rispetto alle più alte cariche dello Stato, nonostante i risultati di gestione siano tutt’altro che brillanti e promettenti.

8.         L’affidamento degli incarichi professionali designati sia dalle casse o meglio ancora dalle società partecipate sono dispensati molto spesso in modo riservato e con assoluta discrezionalità, senza che la categoria ne abbia mai notizia ufficiale e quindi opportunità di partecipare, molto probabilmente come merce di scambio per garantire il consenso politico elettorale nel corso delle elezioni e delle assemblee di approvazione dei bilanci.

9.         Le previsioni attuariali contenute nei bilanci tecnici triennali atti a verificare la sostenibilità cinquantennale degli enti, introdotte con la riforma Fornero del 2012 già di per se concettualmente inattendibili nel prevedere scenari futuri, risulterebbero puntualmente redatte eccessivamente ottimistiche, al solo fine di dimostrare la sostenibilità degli enti agli occhi degli organi di controllo. I parametri riportati in tali BTA (patrimonio, redditi, platea contribuenti e PIL nazionale) risulterebbero sistematicamente disattesi dopo poco tempo dalla loro redazione con la conseguenza immediata di fornire alibi e pretesto per agire a rialzo sulla contribuzione in modo da compensare il continuo squilibrio.

10.       I sistemi elettorali obsoleti e poco trasparenti delle casse istituite con DLgs 509/1994 consentono una ampia facilità di manovra ai gruppi di potere consolidati che da anni si sono radicati negli apparati istituzionali, riuscendo a garantirsi il consenso e la continuità di mandato anche attraverso il voto clientelare, senza che sia richiesto alcun grado di competenza dei candidati, nonostante una volta eletti abbiano la responsabilità contributiva di migliaia di contribuenti. Facciamo rilevare una forte astensione al voto, elettori che disertano le urne da anni a causa di una perdita di fiducia del sistema, ma soprattutto perché impossibilitati dalle attuali regole ad esprimere preferenza diretta sui membri del CdA che viene nominato in via rappresentativa dai delegati eletti, a differenza di quanto accade nei sistemi elettorali delle casse istituite con DLgs 103/1996.

11.       La disomogeneità dei regolamenti attuati dalle casse, anche tra i professionisti che operano in settori similari, impediscono il passaggio indenne tra le varie casse di previdenza. Occorrerebbe, a causa della sempre maggiore frammentazione della vita lavorativa, favorire la ricongiunzione contributiva gratuita, anche con il sistema pubblico INPS che a nostro avviso dovrebbe favorire eventualmente il passaggio, liberandoci dalle gabbie delle casse professionali.

12.       L’avanzo di bilancio che viene presentato propagandisticamente come utile sulle maggiori testate giornalistiche non è altro che il frutto di una maggiore richiesta contributiva in regime di monopolio nei confronti dei professionisti ostaggio del sistema, non deriva affatto dall’abilità dei manager che nelle varie gestioni patrimoniali producono mediamente rendimenti inferiori all’1%.

13.       Nei bilanci annuali degli enti vengono riportati i valori patrimoniali a costo ben lontano dai valori di mercato, come anche ingenti crediti verso gli iscritti per morosità pregresse pur sapendo che in larga parte siano inesigibili, i relativi fondi di svalutazioni non risulterebbero coerenti con i discostamenti dai valori reali, tali metodi contabili potrebbero significare bilanci poco attendibili, mettendo a rischio l’erogazione delle future pensioni.

14.       Sono stati rilevati numerosi intrecci incestuosi nelle partecipazioni societarie detenute dagli enti, a soggetti con dubbia indipendenza, tali da configurare molto spesso palesi conflitti d’interesse.    

Gli attuali amministratori hanno trasformato le casse di previdenza in un business personale su cui hanno fondato carriere professionali, politiche e sindacali che li hanno condotti ad un grande successo economico, anche attraverso i comitati di affari consolidati che agiscono in danno alle categorie di contribuenti che invece dovrebbero rappresentare e tutelare.

Considerata la negativa esperienza della conduzione privatistica del sistema casse professionali che si protrae ormai da oltre 25 anni, l’obiettivo del nostro coordinamento, sarebbe quello di far accendere i riflettori su una situazione per troppo tempo sottaciuta e sottovalutata che sta minando e tiene ostaggio circa 1,7 mln di professionisti iscritti alle casse obbligatorie, con l’auspicio che possano presto confluire nell’INPS, in  modo tale da cumulare montanti ed anzianità come tutti gli altri 22 Mln di contribuenti italiani, in quanto solo lo Stato può essere garante di dignità economica, equità, trasparenza, solvibilità. Visto che l’attuale gestione privatistica si è rivelata un FALLIMENTO sotto ogni profilo.

Roma, 14/09/2020                                  

     Il Coordinamento Professionisti
Iscritti alle Casse Privatizzate

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