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Il difficile rapporto tra Trump e il Partito Repubblicano

Nel riprendere una vigorosa intervista di Riccardo Barlaam a Rita Hauser apparsa su Il sole 24 Ore, colpisce che il quadro che emerge negli USA è quello di un Partito Repubblicano ferito dall’esperienza trumpiana, e incapace di capire per sé medesimo se uscire da questa esperienza, come uscirne, quando uscirne. Certo Risa Hauser, storica avvocatessa e membro del Grand Old Party, è una repubblicana sui generis, assai particolare, tanto che nel 2008 si è schierata con Obama, portando anche una discreta fetta di conservatori statunitensi a fare altrettanto. Ma il punto non è questo. È chiaro che il cammino mediatico e politico di Trump somiglia, fatte le dovute proporzioni, a quello dei sovranisti e populisti europei. Anche la Lega di Salvini e il Front National sono slegati dalle destre moderate e liberali europee.

TRUMP NON HA LA FISIONOMIA DEL CONSERVATORE CLASSICO

Lo strappo in USA è anche culturale. Riuscite a immaginare un conservatore classico, morigerato, moderato, timorato di Dio e affabile di carattere rimanere entusiasta per il personaggio Trump? È certamente improbabile. Ma è pur vero che gran parte dei Repubblicani protagonisti dell’ultimo ventennio sono stati falchi e non colombe. Anche nel marasma di questa falconeria Trump sembra però essere un’aquila che va per conto suo. È certo che la destra statunitense si è sempre spaccata su fronti di tale eterogeneità da far girare la testa per la confusione. Già i conservatori avevano dovuto fare i conti, ai tempi di Reagan, con un personaggio che sembrava provenire da un contesto troppo distante dal loro, e non tanto per formazione politica quanto per carattere e tecniche comunicative.

UNA QUESTIONE STORICA

Non tutti sanno che il Grand Old Party – il popolare nome del Partito Repubblicano – nasce in realtà come il Partito progressista d’America, quello di “sinistra”. Quindi a maggior ragione l’esperienza di Trump è tanto più urticante se si pensa che nell’Ottocento erano i neri, i figli degli schiavi o comunque gli sventurati a fare riferimento al Partito Repubblicano, che era anche quello di Lincoln. Ma è chiaro che parliamo di un tempo remoto, e che poi la Storia ribaltò i rapporti di forza e di ideologia tra i due grandi partiti e nel Novecento inoltrato, soprattutto negli anni Cinquanta, i repubblicani divennero gradualmente la destra più conservatrice e attaccata a quel piatto tradizionalismo che maggiormente possiamo immaginare, raccogliendo consensi- ovviamente – soprattutto al di fuori dei grandi centri urbani.

Riguardo i tre filoni che costituiscono l’ossatura dei Repubblicani – Tradizionalisti, Teocon, Neocon – Trump continua ad apparire nella sostanza un corpo estraneo a tutti e tre, e forse sta anche nel suo essere outsider l’elemento che lo ha caratterizzato meglio agli occhi del suo elettorato che ha giudicato necessario il ritorno a una grinta nazionalista.

I REPUBBLICANI CONTRO TRUMP  

Ricordate il Senatore Mc Cain, scomparso di recente? Altra tipologia di politico. Pur appartenendo allo stesso Partito, i due sono stati opposti in tutto come uomini e hanno finito anche, nel concreto, per insultarsi a vicenda. Trump disse dello storico senatore repubblicano che non era un eroe di guerra. Mc Cain dal canto suo criticò il patetico populismo con cui Trump aizzava gli animi con la pretestuosa immigrazione. Di lì in poi fu una valanga d’odio sedatasi solo con la morte del veterano. Va anche detto che i detrattori di Mc Cain accusavano il reduce di ipocrisia, perché alcuni suoi atteggiamenti pregressi sembravano anticipare quelli di Trump, specialmente per una concezione della politica estera assai forte. 

Ora, che siano Obama o i democratici in generale, e financo i socialdemocratici di tutta Europa a non vedere di buon occhio Trump, questo è del tutto normale e anzi scontato, ma lo è meno se si considerano le riserve di alcune destre mondiali su di lui. È certo che rientrano nella sua persona l’ideologia del nazionalismo come l’attitudine – meno ideologica- al pragmatismo come al realismo, queste tipiche del conservatorismo.       

La risposta democratica si indirizza verso una forte virata a manca, con la Ocasio-Cortez protagonista (non sarà candidabile alle prossime elezioni), rappresentante di un’ala che nello stesso Partito Democratico statunitense è considerata di sinistra, tanto che il suo modo di vedere la politica, in fin dei conti, appare affine a noi europei.  

Dall’altra parte l’interrogativo verte su quale sarà il futuro del Partito Repubblicano: al di là dell’ipotesi che Trump possa governare per un altro mandato, è chiaro che dopo di lui potrebbero aprirsi due strade, quella della reazione col ritorno all’ordine “classico” da una parte e quella del cambiamento con un abbandono sia del presente sia del passato dall’altra.

Trump viene osteggiato anche da uno storico e popolarissimo rappresentante del GOP, Arnold Schwarzenegger, che ha sostenuto di recente che Il Partito Repubblicano “is dying at the box office”, rincarando la dose e sostenendo peraltro che il Partito è carente su temi quali ambiente, istruzione, Sanità.

Mentre le tifoserie dei due grandi partiti tendono a radicalizzarsi, anche Mitt Romney- sconfitto nel 2008 da Obama- non fa mistero di non apprezzare l’attuale leader del suo partito, che l’ha invitato a non osteggiarlo e a fare anzi gioco di squadra.

Il paradosso, in tutto questo, è che il Partito Repubblicano sembra andare a riscoprire il valore della solidarietà che lo caratterizzava quando era progressista. L’esperienza di Trump potrebbe favorire per reazione interna uno spostamento a sinistra del Partito Repubblicano?

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