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Autonomi e Partite Iva

Hanno ancora senso gli ordini professionali?


Pochi mesi fa, presenziando a una festa aziendale natalizia tra ex colleghi, amici e collaboratori, incontravo un giornalista professionista e discutevo con lui delle mansioni che lo differenziano da un social media manager, da un comunicatore in senso lato, da un copywriter, da un portavoce e insomma da tutti quei mestieri che oggi pertengono alla scrittura e alla comunicazione digitale. Al che spontanea sorgeva in me la fatidica domanda: cosa cambia realmente nell’essere iscritti all’ordine? È un vantaggio? È uno svantaggio?

Pensandoci a lungo, ma neanche poi tanto, il conoscente giornalista mi guardava con aria interessata e insieme smarrita e mi rispondeva che, in fondo, nemmeno lui riusciva ancora a credere a quale reale senso potesse avere l’appartenenza per lui all’ordine.

LA RIVOLUZIONE LIBERALE MANCATA

Andando a memoria e ricordando una nota “intervista barbarica” che vide scontrarsi Daria Bignardi con Vittorio Feltri anni fa, al tempo in cui imperversavano le inchieste su Fini e Montecarlo, l’allora direttore de Il Giornale, alla domanda della Bignardi che gli chiedeva quali fossero stati gli elementi di debolezza dell’esperienza di Berlusconi al governo, questi rispondeva, tra le altre cose, “non aver abolito gli ordini professionali.” Insieme all’abolizione del valore legale della laurea, questa dell’abolizione degli ordini è sempre stata un’istanza passibile di quel grande movimento che negli anni Novanta si prefiggeva di fare la rivoluzione liberale in Italia. La famosa Rivoluzione Liberale di Forza Italia che non c’è mai stata.

“Gli ordini professionali andavano aboliti già trent’anni fa e invece abbiamo ancora questo rimasuglio da Medioevo…”

Già la Fondazione Rodolfo Debenedetti nel 2011 rilevava che mediamente quasi il 40% dei figli svolgevano lo stesso lavoro dei padri. Precisamente, il 38%.

Casta a baronato non sono concetti lontani da questo modo di pensare, quello di un’Italia che non hai mai veramente agito in modo liberale.

Ma nella fattispecie perché sarebbe opportuno o favorevole abolire gli ordini professionali?  

Innanzitutto, un certo nepotismo presente negli ordini è deleterio: può risentirne la qualità del lavoratore e del suo prodotto (fermo restando che un soggetto può essere figlio d’arte ma non per questo non essere abile nel lavoro del padre, anzi) e dunque il rendimento dell’azienda o per il gruppo per il quale lavora. In secondo luogo, lo stesso nepotismo ridurrebbe le possibilità di entrata degli outsider talentuosi, e conseguentemente caratterizzerebbe in negativo la mobilità sociale, che in Italia è già molto precaria.

In ogni caso i punti di forza non mancano. In fondo, gli ordini garantiscono una certa professionalizzazione. Ed è poi da considerare il problema contrario: il principio di autorità è oggi sempre più messo in discussione da una società che si orienta marcatamente verso l’orizzontalità e il piattume (non solo) culturale, l’omologazione e il populismo del Social network. Per tradurlo in soldoni: se già una laurea o un titolo non contano nulla perché trionfa la retorica dell’uguaglianza e della ragione della quantità, che è tipica della democrazia, cosa accadrebbe se anche la legittimazione legale di un titolo di studio o di un ordine venisse a cadere?

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