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Autonomi e Partite Iva

Quando la burocrazia ti fa chiudere

La storia di un piccolo imprenditore che voleva solo vendere la pasta

Ci sono cose che hai sempre avuto dentro e che sono rimaste inespresse. Poi, a un certo punto della tua vita, vengono fuori e capisci che è arrivato il momento di realizzarle. Sono tante le persone che decidono improvvisamente di mettere da parte il lavoro svolto da sempre e di buttarsi su altro, come Paolo, 45enne romano.

Paolo lavora nel settore del marketing da 20 anni, ha iniziato dopo l’università ed è arrivato a ricoprire il ruolo di marketing manager in una grande agenzia di comunicazione. Ha sempre avuto due passioni: quella per i numeri e quella per la cucina. Ha una moglie, due figli e un bell’appartamento.

La decisione

Dopo il suo 45esimo compleanno Paolo inizia a sentire che ha bisogno di qualcosa di nuovo, di rompere la routine e buttarsi in qualcosa che non sia solo un hobby ma un vero e proprio nuovo progetto di vita. Così, parlando con un amico al bar in un caldo pomeriggio estivo, decide di lasciare il suo lavoro da dipendente e dimettersi in proprio. Vuole buttarsi nella ristorazione e rendere quello che prima era un semplice passatempo un vero lavoro.

I soldi che ha a disposizione non sono tantissimi ma con un esiguo mutuo può aprire un piccolo negozietto che vende pasta all’uovo. Fedele alla tradizione dei nonni, con cui da piccolo ha imparato le tecniche del mestiere, sei mesi dopo riesce ad aprire la sua attività, composta da un piccolo spazio per accogliere i clienti e un laboratorio nel retro dove si lavora la pasta.


Il nostro è un paese che scoraggia qualsiasi iniziativa privata, improntato ancora sull’assistenzialismo del lavoratore dipendente e ingessato fino al collo.

Le prime difficoltà

Sono sei mesi duri, in cui studia le normative e frequenta avvocati e commercialisti. Passa attraverso permessi e numerosi cavilli burocratici perché la sua attività sia a norma. Paga e segue corsi di primo soccorso, antincendio e prevenzione degli infortuni. In questo periodo realizza per la prima volta la complessità del sistema burocratico italiano: per aprire la sua attività deve affrontare fino a 70 adempimenti, avendo a che fare con 26 enti con i quali, però, ci si può dover interfacciare anche 41 volte, perché ad alcuni bisogna rivolgersi in più di una occasione.

Facile come costruire un grattacielo sulle sabbie mobili, insomma.

Quando apre assume due dipendenti che lo aiutano nella lavorazione nella pasta e al bancone. Paolo lavora il doppio delle ore rispetto a quando era un marketing manager ma nei primi mesi è soddisfatto: è un lavoro nuovo, ama sentire le mani che si perdono nella farina e il sorriso dei clienti felici dei suoi prodotti è una soddisfazione impagabile.

La dura realtà

L’entusiasmo iniziale però non ci mette molto a svanire. A parte la stanchezza fisica e le infinite ore passate a far quadrare i conti, le notti insonni e l’ansia di dover pagare fornitori e tasse, c’è un altro grande peso che grava sulle sue tasche: il costo del lavoro. Per ogni stipendio che un dipendente percepisce deve pagare allo stato in tasse più del doppio di quella somma.

Passano due anni, due anni durissimi, in cui le sue condizioni non migliorano. Spese e sindacati mettono la sua attività in ginocchio fino a quando è costretto ad abbassare la serranda per sempre. Così, dopo tanti sacrifici ed entusiasmo perso nel vento, si ritrova stremato, indebitato di centomila euro e senza lavoro.

Non è una storia insolita quella di Paolo. Secondo la classifica della Banca Mondiale l’Italia è all’820° posto tra i paesi in cui è facile fare impresa, dopo Kazakhistan, Serbia, Giordania e Colombia. Governi e amministrazioni promettono da decenni di svecchiare il sistema e renderlo più fluido ma questa fluidificazione fatica ad arrivare: il nostro è un paese che scoraggia qualsiasi iniziativa privata, improntato ancora sull’assistenzialismo del lavoratore dipendente e ingessato fino al collo.

Quando ci decideremo a cambiare veramente le cose? Quando alleggeriremo il sistema burocratico che atrofizza la nostra economia e i nostri spiriti? Quando inizieremo a riconoscere il merito delle piccole e medie imprese che fanno da traino all’intero mercato?

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