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Divario tra nord e sud: una questione eterna?

Un divario che sembra incolmabile

L’Italia si è unita nel 1.861. Siamo nel 2019. Sono passati più di centocinquant’anni e il divario tra nord e sud è ancora incolmabile, come fosse una maledizione eterna, un marchio impresso nella pietra che è impossibile cancellare.

Negli ultimi 15 anni dal sud sono “scappate” circa 800mila persone, per lo più giovani, lasciando nella loro terra natale la vecchia generazione, composta di pensionati o quasi. Chi vive in queste regioni deve fare i conti con mancanza di infrastrutture efficienti, viabilità problematica e servizi sanitari ancora più carenti: è altissimo il numero di persone che va a curarsi a Milano, Bologna, Verona o Padova. La disoccupazione è alle stelle e gli stipendi sotto la media del paese.

Con il crack finanziario dell’ultimo decennio la situazione sembra dunque molto peggiorata e probabilmente l’eterna questione meridionale continua a fluttuare in un mare di incuranza. Ma se il Mezzogiorno sprofonda è a rischio la stabilità dell’intero Paese.

Le origini della questione meridionale: prima dell’Unità

Il disastro attuale non è solo da ricollegare all’Unità d’Italia ma ai decenni precedenti. Prima ancora dei moti garibaldini le due realtà erano strutturalmente, economicamente e culturalmente già agli antipodi.

Secondo lo storiografo Denis Mack Smith il Piemonte di Cavour era trainato da uno spirito liberale che voleva emulare quello delle grandi potenze europee e portò ricchezza e modernità. Vennero studiate nuove infrastrutture che collegassero la capitale francese all’Italia in un solo giorno, favorendo così il lo scambio di merci a livello internazionale. La nascita di una nuova banca che fornisse credito alle nuove imprese e la riduzione dei dazi furono altrettanto cruciali nello sviluppo industriale.

Nel sud invece, sotto il dominio borbonico, persisteva una mentalità conservatrice, poco propensa all’ascesa di una classe borghese e fervida sostenitrice del baronaggio. In questo sistema latifondista imperavano lo scarso interesse dei padroni a introdurre nuove tecniche agricole e un’atmosfera di servilismo portatrice di miseria e ignoranza del popolo e ostile alla nascita di una classe borghese.

L’Unità e i tentativi di unità

Quando nel 1861 l’Italia si unì i governanti del nord non conoscevano bene la situazione delle campagne più remote del sud. La maggior parte di loro non aveva mai viaggiato più in giù di Napoli, anche perché faceva parte della schiera di oppositori dei Borbone. Questa classe pensava che le potenzialità dei territori meridionali fossero rimaste inespresse per la cattiva gestione della famiglia reale: era convinta che con l’Unità nazionale queste ricchezze sarebbero venute a galla e la situazione sarebbe migliorata spontaneamente. Si finì così per imporre una pressione tributaria che la popolazione del sud non poteva sostenere.

A gravare sulla situazione già precaria c’era il fatto che i rappresentanti politici del sud appartenevano a classi sociali più agiate, finendo per rappresentare le necessità dei grandi proprietari terrieri e lasciando da parte le problematiche del resto della popolazione.

Ulteriori tasse come quella del macinato, imposte per consentire la realizzazione di opere pubbliche e infrastrutture, pressavano queste fasce più povere. Qualche tempo dopo arrivarono i primi benefici dovuti alla rete ferroviaria che collegava le regioni meridionali e l’istituzione al sud di sedi pubbliche che consentirono a diversi cittadini di diventare dipendenti statali.

Questo spiraglio di miglioramento arrivò però troppo tardi e non influì come doveva sull’opinione dei cittadini meridionali verso il nuovo Stato Italiano. Da qui nacquero proteste e rivolte che vennero represse con la forza e che sfociarono successivamente nel fenomeno del brigantaggio.

Il Novecento

Con il primo conflitto mondiale la situazione nelle campagne peggiorò in quanto il richiamo dei giovani uomini in battaglia lasciò alle donne i terreni da coltivare. A differenza delle donne del nord, quelle meridionali non erano abituate a lavorare la terra e i loro campi si trovavano spesso distanti dalle abitazioni. Le risorse agricole del meridione rallentarono, mentre il nord industrializzato godette per l’ennesima volta di una situazione economica più florida grazie all’industria bellica.

Il ventennio fascista regalò al meridione una serie di opere pubbliche, atte a creare consenso al regime ma che di fatto non riuscirono a colmare il divario occupazionale con il settentrione. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale si intensificò la presenza e l’influenza dei clan mafiosi. Questi ultimi infatti, grazie a molti esponenti presenti negli USA, aiutarono gli Alleati nello sbarco in Sicilia passando informazioni strategiche e una volta liberata la penisola poterono godere di influenza e libertà d’azione nel meridione.

Dopo il conflitto mondiale vengono fatti diversi tentativi per debellare la piaga delle gang mafiose nel sud della penisola. L’istituzione della Cassa del Meridione è una di queste. Si crea così una situazione controproducente in quanto le imprese finanziate da capitali statali falliscono per mancanza di strutture adeguante e infrastrutture mentre, al contempo, la mafia investe i soldi provenienti da attività illecite nella legalità.


Le mafie e la povertà non si combattono con le armi ma con la rivoluzione culturale.

Il Mezzogiorno oggi

Con gli anni Sessanta e Settanta il divario tra nord e sud si accorcia: la classe borghese si allarga, vengono fatti investimenti e si vive un periodo di maggiore benessere. Dagli anni Settanta in poi, però, la crescita si blocca e il sud torna a faticare, soprattutto con la crisi economica dell’ultimo decennio.

A trascinare in basso le economie locali è soprattutto la criminalità organizzata e le politiche assistenzialiste degli scorsi decenni, rivelatesi inefficienti nel lungo periodo.

Questione eterna?

La verità nel mondo capitalizzato è spesso una: chi è ricco diventa sempre più ricco e chi è povero sprofonda sempre più nel baratro. Questo vale anche per il Mezzogiorno, che sembra non vedere arrivare mai la luce in fondo al tunnel.

La fine del falso assistenzialismo e l’inizio di investimenti onesti e produttivi sarebbero già un passo avanti. Per troppo tempo questa parte d’Italia ha perso giovani risorse, che lasciano le loro regioni per trasferirsi al nord o per l’estero. È tempo di lavorare su chi è rimasto, alimentando il fuoco che ha dentro e che lo spinge a continuare a lottare per migliorare la sua condizione e quella della sua gente.

La lotta alle mafie è un altro punto cruciale, ma prima di quella c’è una rivoluzione del pensiero. Le mafie e la povertà non si combattono con le armi ma con la rivoluzione culturale. Rivoluzione che può avvenire solo facendo sentire i cittadini meridionali dei cittadini di serie A e non di serie B. Delle potenziali risorse e non dei malati a cui dare assistenza.

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